Ottobre 2014

Nella Chiesa nessuno ha tutti i carismi. Le nostre povertà, accolte e accoglienti, ci mettono in comunione. Così diventiamo l’unico corpo di Cristo.

 Silvano FAUSTI

È solo confidando in uno sguardo misericordioso, in un occhio clemente, che possiamo osare vivere gli uni con gli altri.

Timothy Radcliffe

Lo Spirito Santo arricchisce tutta la chiesa… È nella Comunione, anche se costa fatica, che un carisma si rivela autenticamente e misteriosamente fecondo… La diversità dev’essere sempre riconciliata con l’aiuto dello Spirito Santo… Il primo ambito in cui siamo chiamati a conquistare questa pacificazione nelle differenze è la propria interiorità, propria vita, sempre minacciata dalla dispersione.

Papa Francesco – Evangelii Gaudium

Nessuno è nato per odiare un’altra persona a causa del colore della sua pelle, o del suo passato o della sua religione. La gente per odiare deve imparare a farlo, e se si può imparare ad odiare, si può insegnare ad amare, perché l’amore è più naturale per il cuore umano che il suo contrario.

Nelson MANDELA

Ho avuto l’opportunità di riflettere su quello che conta davvero, come la famiglia. Ascoltarsi l’un l’altro è la chiave. In orchestra come nella vita.

Claudio ABBADO (direttore d’orchestra)

 

 

Maggio 2013

Gioia  è …

La gioia è la manifestazione di una profonda unità interiore tra quello che viviamo e quello che abbiamo scelto di essere. Tutte le mattine io, sacerdote, riscelgo di essere sacerdote … divento prete  tutti i giorni. Così per essere padre, bisogna risceglierlo tutti i giorni. Allora io sono nella gioia e ogni giorno riparto nella gioia … la gioia è il messaggio  che quello che tu credi  è vivibile,  è vita.

Don Oreste Benzi

La speranza ha due figli bellissimi:

lo sdegno e il coraggio;

il primo di fronte a come vanno le cose,

il secondo per cambiarle.

Sant’Agostino

Il  contadino

quando  pota  la  vigna

intravede

l’uva  che  verrà.

Giancarlo Bregantini

Il treno della vita

non può essere low – cost.

Ogni giorno va vissuto in pienezza,

non valgono sconti e scorciatoie.

Elena Giordano

Cerca di scoprire

ciò che sei chiamato ad essere,

poi mettiti con passione a realizzarlo.

Martin Luther King

‘‘Voi valete di più

Mi piace ricordarvi una frase di Gesù:  «voi valete di più» (cf. Mt 10,31). Non sperperate la dote che Dio ha seminato in ognuno di voi …

A volte capita che il motore della moto si ingolfi e non parta … Allora c’è la terapia dello “spurgo”. L’immagine del motore ingolfato mi è utile  per farvi pensare all’anima. Mi spiego: Tutti dicono di fare tutto per il corpo tanto da ingolfarvi. Gli affari del corpo sono diventati un piacere stressato e stressante. E l’anima aspetta. E avviene che una persona si senta come spaccata in due e si finisca con il dire: «sono stanco!».  La monotonia delle cose si fa mortificante delusione.

Va assunta una concezione più entusiasta, più vera, più coraggiosa osando nella fede, nella speranza, nell’amore. Fu chiesto a Gesù: «Che cosa devo fare [ … ] per ottenere la vita eterna?».

La risposta sconcertante e non accolta fu: «Va’ vendi quello che possiedi [ … ]  poi vieni e seguimi» (Mt 19, 16.21).

La tristezza riempì  la vita di quel tale:  non succeda anche a voi di essere tristi, perché ciò significa che vi state ammalando l’anima di cose.  Abbiate cura dell’anima coltivando quella sapienza  che  vi  fa  discernere  ciò  che  è  buono  e  giusto e  camminare  lieti  nei  sentieri  del  tempo.

Edoardo Menichelli, arcivescovo di Ancona

Aprile 2013

L’uomo  è  più  se  stesso

quando  in  lui  la gioia  è un elemento essenziale.

La gioia è il gigantesco segreto del cristiano.

Gilbert Keit Chesterton

Dono quindi sono:

Donandomi  all’altro

costruisco la mia identità.

Pietro Cavalieri, Città nuova

Non  desiderare  mai  meno  dell’infinito.

Maurice Zundel

I nostri  sogni  sono  troppo piccoli,

e se Dio li demolisce, è solo perché ci  avventuriamo  nello spazio  più  ampio  della  Sua  vita.

Egli  ci  libera  dalle  ambizioni  piccole,

perché possiamo imparare  a sperare con più fantasia.

Timothy Radclife

La fede è il primo pezzo di muro

su cui si costruisce

con la speranza,

la carità è il tetto che copre.

B. Alberione

Siate  fiaccole  di  speranza,

“voi siete la luce del mondo”.

Dove  c’è   Dio,  là  c’è futuro.

Benedetto XVI

Non  dico  che  sia  facile,

però  chi  ama

poi  abbatte  ogni  muro.

The Sun, Spiriti del sole

Nessuno  può  salvare

se  stesso

senza  essere

contagiato

dall’amore  dell’altro.

Anonimo

Pasqua   2013

Ogni comunità trae le sue origini da un evento forte sconvolgente capace di suscitare interesse sempre nuovo nelle persone e lungo le generazioni che si susseguono.

Tale è l’origine della Comunità Cristiana.

Essa è scaturita dall’evento pasquale della Morte e Risurrezione di Gesù.

La morte del Maestro aveva spento nei cuori dei discepoli l’entusiasmo e le speranze nate dalla sua predicazione.

Ora la sua Resurrezione riaccende la fede nell’animo di chi lo segue e ogni uomo si sente coinvolto in questa vicenda drammatica e gloriosa, umana e divina, perché ogni uomo soffre l’angoscia della morte e l’anelito alla vita immortale.

La notizia, davvero lieta, della Resurrezione del Maestro si è sparsa nel mondo attraverso i testimoni. Le persone si aggregano per “ricordare” per rivivere, per partecipare di questo evento. Da questa “memoria” deriva la celebrazione domenicale del popolo di Dio. La Pasqua settimanale – “Domenica: giorno del Signore” – vuole infatti ricordare la Resurrezione di Gesù come garanzia e premessa alla risurrezione di ogni uomo.

Tutti sperimentiamo il passaggio dalla vita alla morte, un passaggio certo e irreversibile che mortifica il desiderio e la gioia di vivere. Il passaggio di Cristo dalla morte alla vita invece infrange le leggi inesorabili della morte. “Chi crede in me – dice il Signore – anche se muore, vivrà” (Gv. 11,54). Ora, la Comunità Cristiana in ogni celebrazione domenicale annuncia “la morte del Signore” e proclama la Resurrezione nell’attesa della sua venuta”.

E l’ingresso ufficiale nella Comunità Cristiana avviene con la celebrazione del Battesimo, il Sacramento dell’iniziazione cristiana.

Il Battesimo è il primo passaggio dalla vita naturale alla vita di grazia, dal mondo alla chiesa, attraverso una morte simbolica, significata dall’immersione nell’acqua. L’uomo del mondo con la sua logica egoista annega nell’acqua battesimale perché possa riemergere l’uomo nuovo rinato in Cristo, capace di camminare verso la pienezza della vita.

Ma questo cammino ha senso ed è possibile solo nel contesto della Comunità Cristiana. È essa infatti il popolo Nuovo che attende il Convertito, il Battezzato all’altra sponda per accoglierlo. Solo la Comunità ha la garanzia della nuova vita in Cristo, perché possiede lo Spirito del Risorto.

Ora la solenne veglia Pasquale, che anche quest’anno avremo la gioia di celebrare, è piena di tutti questi significati del Battesimo e della Vita Nuova. Tutto in essa parla di Nuova Nascita, di nuova creatura rigenerata dalla benedizione del fuoco, del cero, della fonte, fino al rinnovamento delle promesse Battesimali.

E quest’anno saremo tutti chiamati a rinnovare la nostra adesione a Cristo Risorto, a riscoprire e rigenerare il nostro Battesimo anche per la lieta circostanza che avremo proprio la notte di Pasqua dei battesimi.

Auguri con affetto

Don Gustavo e don Rodrigo

I bambini saranno:

Miriam4 mesi

Emil 6 anni

Giada 8 anni

Dennis 10 anni

“ Una comunità diviene veramente una e radiosa quando tutti i suoi membri provano un senso di urgenza. C’è nel mondo troppa gente senza speranza, troppi gridi lasciati senza risposta troppe persone che muovono nella loro solitudine. È quando i membri di una comunità si rendono conto di non essere lì per se stessi né per la loro piccola santificazione, ma per accogliere il dono di Dio e perché Dio venga a dissetare i cuori inariditi, che vivono pienamente la comunità.”

Jean Venier

TACERE

Tacere di sé è      Umiltà

Tacere i difetti altrui è    Carità

Tacere parole inutili è     Penitenza

Tacere a tempo e luogo è         Prudenza

Tacere nelle croci è      Eroismo

Accoglienza e solidarietà

Per grazia di Dio  siamo arrivati ad aiutare più di 70 fratelli bisognosi con il banco alimentare che è attivo ormai da due anni,In attesa che possa prendere avvio la mensa per i poveri; e aiutando economicamente alcune famiglie bisognose.

d Gustavo e collaboratori

LEGGI,  RILEGGI,  RITIENI,  AGISCI !

Oggi si tende a  privilegiare le chiacchiere,

il vuoto  ammantato di verbosità,

il cicaleccio  televisivo, il vaniloquio  politico.

Un  pensiero  profondo  richiede di essere letto e riletto

ascoltato  e posseduto.

Proprio  perché  la verità  in esso contenuta

si  sveli  in pienezza   anche  nei  suoi  sottintesi,

nelle  ragioni  implicite,  nei suoi aspetti  nascosti.

- Gianfranco Ravasi, teologo vivente

Fa attenzione alle mie parole,

porgi l’orecchio ai miei detti,

non perderli mai di vista.

- S.S. Pr 4, 20-21

Ascolta volentieri ogni discorso che parla di Dio

E non lasciarti sfuggire i proverbi dei saggi.

- saggezza indiana

Ci sono pensieri che sono sorgente di vita.

E ci sono anime che sono state rivelate a se stesse

dalla lettura di un solo pensiero

che rispondeva alla loro attesa inespressa.

- Cardinale Docountrai

Leggi attentamente queste pagine.

Ad ogni pensiero, sosta e rifletti.

Se le scorri velocemente non lasceranno traccia.

Fa’ che penetrino in te goccia a goccia

per trarne alimento per la tua anima.

- Gianfranco Ravasi

Perchè  io  vivo ?

Tutti, prima o poi,

ci troviamo di fronte a questa domanda radicale:

che senso ha la mia vita? Che cosa farne?

- Giovanni Paolo II

In definitiva non si può vivere

senza sapere il “perché”, il “per chi”.

L’uomo con le sue infinite domande

e senza la fondamentale risposta, è solo,

e la sua solitudine diventa angoscia.

- Sabino Palumbieri,  teologo

Ci domandiamo:  Da dove vengo? Dove vado?

Qual è il senso ultimo della mia vita?

Esiste una sanzione al bene e al male?

Che cosa avverrà alla fine della mia vita?

E qual è il mistero ultimo,

ineffabile e silenzioso,

da cui usciamo e dove finiremo?

- Conc., Vat. IIO , Nostra aetate, 1

La prima domanda da farsi è:

“Perché  c’è qualcosa e non niente?

È  la  domanda iniziale

cui  l’ateismo non da alcuna risposta.

- Albert Einstein, scienziato tedesco

Natale 2012

Carissimi:

Stiamo per celebrare il Natale nell’anno della fede voluto dal Papa e vorremmo per un anno sottrarci alla baraonda di luci, di suoni, di regali dovuti. Vorremmo risentire il silenzio di quella notte, dopo il bagliore subito sopito degli angeli, muoverci anche noi verso un luogo semplice, ancora odorante di fieno e di fiato d’animali e intravedere al tenue chiarore di una lampada un bimbo che vagisce nel topore sobrio di un pugno di fieno. Vorremmo incontrare lo stupore dolce della madre, l’orgoglio tenero del padre. Eco di innumerevoli momenti simili, ma di più. Stupore di un annuncio che ora prende volto: Dio ci ha visitati !

Sostare in silenzio, bere a quegli sguardi e farli nostri. E pensare. Una notte, un giorno, mille giorni, tutto il tempo necessario per capire.

Vorremmo stare lì, riposare il cuore. Dio ci salva facendosi piccolo, quando sarebbe stato più efficace farsi grande e avere le file, le masse, un popolo ordinato … Reimparare anche come Chiesa, la minorità, la condizione dimessa, la discrezione. Natale. Spegniamo le luci, togliamo le cuffie per una notte. I regali possono attendere. Basterà un pasto semplice. Guardiamo nel fondo della notte. Dio ci salva in un bambino nato povero, perché non c’era posto. Forse continua a nascere fra quelli che non hanno posto. Sotto le notti di stelle che, sole, conoscono l’evento e il mistero, ma non possono dirlo, perché nessuno più le guarda.

Nella nostra pretesa di possedere la verità, è la stanza chiusa. Nella nostra facciata di giustizia. Nella paura che ci fa blindati. Nelle idee bevute senza pensare. Nei sorrisi e saluti negati. Nella politica che rimane nel cortile, lasciando alla sola economia di organizzare il mondo.

Negli appartamenti sfitti. Nei cascinali dimessi, dove si celano i nuovi colpevoli, i clandestini. Nel pane gettato in pattumiera. Nei cassonetti pieni di vestiti in cui il bimbo rom si spezza il braccio. Nella mancata tenerezza per la vita che nasce o si spegne. Nella persistente guerra lontana, treno in discesa senza freni che nessuno arresta.

Venite, angeli, il tempo di risvegliarci. E poi lasciate che il silenzio ci parli.

Insieme a don Rodrigo, con grande affetto, auguriamo a tutti un sereno natale di pace.

Don Gustavo

Auguri di Pasqua 2012

 

Il fatto della Risurrezione ci assicura (e l’assicurazione è salda come una roccia, perché viene da Dio) che esiste un’altra vita, un’altra patria, un altro mondo: lì tutto sarà diverso; lì non ci sarà più la morte con le sue macabre espressioni; lì non ci sarà più la violenza con i suoi rituali infernali; non ci sarà più l’ingiustizia che quaggiù crea scenari di sfacciata disuguaglianza;  lì non ci sarà l’impurità, che inquinando il cuore, infetta tutte le relazioni e le rende caricature vomitevoli dell’amore; lì non ci sarà più la menzogna, che con maschere sorridenti, copre i volti più orribili di tanti responsabili del mondo di quaggiù! Ogni Pasqua che celebriamo in questo mondo, ci ricorda che è già iniziato l’altro mondo: il male è vinto, la cattiveria è debellata, la morte è sconfitta perché Cristo è Risorto !
Bisogna avere la pazienza di aspettare ancora un poco: gli empi cadranno nella fossa scavata dalle loro mani e i giusti vivranno nell’abbraccio di Dio. La gioia della Pasqua fin da quaggiù ci riempie il cuore e ci avvolge di luce e di speranza che non delude e non può deludere: il tempo di Dio, infatti, è già iniziato e nei santi se ne vede la primizia affascinante e consolante. Ma come possiamo accelerare la Pasqua nel mondo? Come possiamo allargare lo spazio alla luce del Risorto in mezzo alle tenebre ancora presenti nella storia? Dobbiamo, prima di tutto, togliere le maschere del male: sì, dobbiamo chiamare  male il male,  dobbiamo chiamare egoismo ciò che è egoismo, dobbiamo chiamare ingiustizia ciò che è ingiustizia, dobbiamo chiamare impurità ciò che è impurità. Giù la maschera: questo ci chiede lo splendore della Pasqua !
Fare Pasqua vuol dire avere il coraggio di dire e fare la verità: così ci sarà più luce, meno ambiguità, più presenza del Risorto tra noi.
Buona Pasqua a Tutti, togliendo qualche maschera anche dal nostro volto quotidiano.
Insieme a don Rodrigo vi saluto con affetto fraterno

Lettera di Pasqua 2011

NELLA   RISURREZIONE   LA   SPERANZA

La società in cui viviamo è sempre più una società sazia e senza speranza. In essa gli uomini inseguono con frenesia, quegli obiettivi che Andrea Gide chiamava “nutrimenti terrestri,, ottenendo come risultato una vita triste e amara. I nutrimenti terrestri che caratterizzano l’esistenza impostata secondo le cosiddette categorie orizzontali non danno infatti la pienezza radiosa della vita cristiana, perché il possesso delle cose mondane rende i nostri giorni opachi e depressi. Non è il crescente possesso delle cose di cui rigurgita la nostra epoca consumistica a renderci felici, quanto dare ai giorni che viviamo il senso del progetto di Dio, nel quale la dimensione orizzontale e la dimensione verticale si incontrano in quell’intreccio che ognuno di noi è chiamato a realizzare con disponibilità quotidiana. Non v’è dubbio che la nostra intima chiamata di battezzati deve puntare con la gradualità dei veri credenti non sull’avere, ma sull’essere.

Questa è la lezione che ci impartisce la Pasqua, la festa della totalità dell’essere, festa della speranza generatrice di autentica gioia.

 

Nel burrascoso tempo che attraversiamo (sofferenze in Giappone, in Libia, in Costa d’Avorio e le guerre dimenticate per mancanza di interesse e di profitti) la Risurrezione si presenta pertanto come l’ancora alla quale si deve legare saldamente il nostro cammino di salvezza.

 

Scrivendo ai Romani, Paolo assicura che solo in questo modo ci sarà possibile possedere quella “speranza che non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rom 5,5). Chi spera guarda avanti a sé, cammina verso mete trascendenti.

 

Resurrezione e speranza sono infatti termini inscindibili, in grado di rendere positivo questo nostro discutibile e discusso tempo attraverso la lettura, che la forza illuminante dello Spirito, ci consente di scoprire segni cristianamente positivi. E questi segni sono reperibili nel mondo civile come nel campo ecclesiale. Tutto sta a non dimenticare mai che la misura vera del procedere cristiano sta nel sapere costantemente e armonicamente coniugare la dimensione orizzontale e la dimensione verticale. La luce di Cristo risorto ci aiuti pertanto a compiere la feconda lettura dei diversi segni di speranza celati troppo spesso  dalla foschia di un periodo storico che ha l’inaudita presunzione di fare a meno di Dio. Perché questa scoperta dei segni avvenga, bisogna che il nostro cuore sia sgombro da ogni disordinato desiderio. Solo così è garantito il dono della speranza che produce conversione cristiana. Avvertiva la saggezza di Paolo VI che è nel profondo del cuore la radice di ogni bene e purtroppo di ogni male: è là dunque che deve avvenire la “metanoia” cioè il cambiamento di orientamento, di mentalità, di scelta di vita.

 

Con don Rodrigo porgo i miei più fervidi auguri di una Santa Pasqua.

 

Don Gustavo

Lettera Pastorale del parroco per l’anno 2010/2011

 

 

“Stretti intorno alla stessa mensa”

 

Roma, 3 ottobre 2010

Carissimi Paolo, Luigi, Roberta, Antonio, Maria…

cari miei parrocchiani, cari cittadini del nostro quartiere, carissimo “tu” che ti ho incontrato in questi primi anni di servizio come parroco a San Melchiade,

ormai sto per iniziare il quarto anno di mandato nella nostra parrocchia. Ci siamo incontrati in questo tempo mentre visitavo le vostre case, nelle celebrazioni liturgiche, nei gruppi dove abbiamo approfondito insieme la Parola, durante il catechismo, l’oratorio estivo, i campi e i ritiri parrocchiali, o ancora in qualche iniziativa della parrocchia o lungo le strade di questo quartiere. Rivolgo a te e a tutti i “tu” che ancora non ho avuto la fortuna di conoscere questa mia prima lettera pastorale che vuole tracciare una sintesi del percorso svolto fino ad ora e cercare di suggerire qualche linea di fondo sulla quale riflettere insieme quest’anno. Affido questi pensieri alle vostre sensibilità e ai vostri talenti per poter crescere nell’incontro con Cristo.

Cos’è una lettera pastorale? Non è altro che uno strumento semplice e immediato per comunicarvi i sogni, le strade e i percorsi sui cui vorrei, con l’aiuto del Signore e di tutti voi, che la nostra bella comunità di San Melchiade si incamminasse per rafforzarsi nella fede e annunciare la speranza e la salvezza.

Sono arrivato al Labaro nel settembre del 2007 e ho subito scoperto una realtà sociale in rapido cambiamento. Il “nostro” Labaro è ormai un’aggregazione urbana in tutti i sensi, in cui la periferia si scorge solo se la si guarda dal punto dei servizi: vi dimorano stabilmente professionisti, commercianti, artigiani, insegnanti, giornalisti e una realtà immigratoria importante proveniente soprattutto dai paesi dell’est europeo. Mentre sopravvivono ancora poche strade dove la gente si conosce dagli anni del dopoguerra, gran parte del territorio della parrocchia, che consta ufficialmente di 12mila anime, è formato da nuclei familiari che a malapena condividono i problemi del pianerottolo di casa. Me ne sono accorto subito quanto il “ritmo” cittadino abbia modellato il nostro quartiere: ecco perché con fiducia mi sono dato come primo obiettivo quello di conoscervi, ognuno personalmente. Ho iniziato da subito e continuerò a bussare alle vostre porte per “incontrarvi”, per conoscere i vostri bisogni, le vostre attese, per “annunciare” quella speranza che salva e che passa dall’incontro con Cristo e dal rispetto della diversità di ognuno di noi. L’avrete notato: ho l’abitudine a fine messa di aspettarvi fuori nell’atrio della chiesa e salutarvi nel nome del Signore. Non è solo un gesto di cortesia verso i fedeli, è anche e soprattutto il tratto di una linea pastorale che fa dell’amicizia e dell’incontro tra le persone il suo fondamento spirituale.

Nello stesso tempo ho cercato di rivitalizzare i “luoghi” della nostra parrocchia. Entrando al Labaro con l’automobile oppure passando per il Gra si ha l’impressione che San Melchiade sia una di quelle “cattedrali nel deserto” dove certo il cemento armato, materiale di per sé freddo e grigio con il quale è stata costruita la nostra bella chiesa, non aiuta a “scaldare” la fede. Allora mi sono chiesto: come trovare un cuore alla nostra parrocchia? Il primo anno ho voluto realizzare il campo di calcetto e di bocce, il secondo anno abbiamo completato la ristrutturazione dell’Auditorium, luogo dove teatro, cinema, cultura e musica possano, anzi, debbano esprimere il senso della vicinanza tra comunità ecclesiale e quartiere e durante l’ultima estate abbiamo tinteggiato l’interno della chiesa per dare più luce alle nostre celebrazioni. Il “luogo” e l’”incontro”, quindi, come specifica linea pastorale di San Melchiade: perché è l’incontro con Cristo che riempie la vita.

Per accompagnare ognuno di voi all’incontro con Cristo la parrocchia è il luogo ideale. L’uomo è per sua natura in formazione permanente e in questo cammino la parrocchia ha il dovere di offrire una formazione cristiana autentica, alta, bella, interessante per tutte le età e le condizioni di vita e capace di incidere sulla formazione delle coscienze.

È il sogno di una comunità parrocchiale e di singoli fedeli che abbiano una fede solida, capaci di testimoniare nella ferialità domestica, nella professione e nel servizio alla Chiesa quella speranza che salva.

Il cuore della nostra fede è l’Eucarestia. Ed è proprio in comunione con le linee maturate nel Convegno diocesano 2010, Eucaristia e testimonianza della carità, che voglio inserire queste mie riflessioni.

Nel Libro degli Atti degli Apostoli si descrive in modo assai chiaro la vita delle prime comunità cristiane: «Erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nello spezzare il pane e nelle preghiere… Tutti i credenti… avevano ogni cosa in comune…secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo» (At. 2, 42-47).

Vorrei quindi che tutti noi ci incamminassimo a coltivare questi tratti essenziali dell’identità della Chiesa di tutti i tempi. La Chiesa nasce dall’ascolto della Parola di Dio e si nutre nel convito eucaristico. Prendo a prestito una bella immagine utilizzata dal card. Martini: «Penso al ruolo che svolge, o dovrebbe svolgere, il pasto nella vita di una famiglia e di una comunità. È un momento tra i tanti, eppure si carica di significati e di valori che vanno ben al di là del gesto esteriore. Durante il pasto si parla, si discutono gli avvenimenti comunitari, si fa il punto della situazione, si pensa al futuro. I beni che vengono scambiati e condivisi nel pasto comune si presentano come il simbolo concreto dei beni a cui tende la convivenza familiare o comunitaria. Qualcosa di simile avviene nell’Eucaristia. Essa, per certi aspetti, è un episodio determinato e limitato nella vita della Chiesa. Eppure, senza nulla perdere della sua concretezza e determinatezza, assurge a momento sintetico e plasmatore di tutta la vita».

La cura della S. Messa domenicale diventa quindi essenziale. In questo senso molto si è fatto in questi primi anni: l’animazione della messa delle ore 10.00 da parte dei gruppi di catechismo e delle 11.30 da parte dei giovani rappresentano una prima strada da proseguire con sempre maggior impegno. Don Tonino Bello usava dire: «la domenica dovrebbe scatenare in ogni credente il bisogno di “convenire in unum” (radunarsi insieme), mettendogli nel cuore la gioia per i contatti umani che stabilisce, e la nostalgia per gli allacciamenti che non riesce a operare». Noi, attraverso l’Eucaristia domenicale, assaporiamo la gioia dello stare insieme come comunità cristiana che si raduna in nome di Gesù, stretti intorno alla stessa mensa. Una comunità che proprio attraverso il giorno della festa e del ringraziamento diventa chiesa domestica, famiglia “piccola chiesa”. Una comunità aperta e solidale che incontra l’Altro, che non ha paura dell’Altro. E che lo abbraccia rispettando la sua diversità, pur nei limiti del nostro agire umano.

In questo senso il cammino che abbiamo fatto in questi primi tre anni sulla strada della formazione e dell’accoglienza sono belle esperienze alle quali occorre dare continuità. E lo abbiamo fatto insieme: con tutti i collaboratori pastorali e i nostri sacerdoti (don Rodrigo, don Dario, quest’ultimo richiamato in Polonia dal suo vescovo, e don Enrico, recentemente diventato Rettore della Pontificia Università Lateranense).

A tutti devo un grazie dal profondo del cuore.

Nella bisaccia del pellegrino abbiamo messo tante cose utili al nostro “viaggio” di persone in cerca di Dio. Gli incontri per la preparazione al matrimonio, momento fondamentale per crescere nella consapevolezza della responsabilità di fronte a Dio e agli uomini. Quante giovani coppie sono “passate” da me non solo per chiedere un “pezzo di carta” ma anche e soprattutto per sentir parlare di Dio nella loro vita! La cura delle famiglie penso debba essere una delle priorità della nostra pastorale perchè sono i luoghi di prima educazione alla fede: chissà che non possa prendere piede anche una esperienza capace di raccordare i genitori dei ragazzi e dei giovani (alcuni tentativi sono già iniziati). Così come essere vicino alla generazione della terza età è una nostra priorità. L’ho chiamato “gruppo argento”: penso davvero che se questa società sapesse accogliere meglio l’antica sapienza dei “nonni” credo che ce ne avvantaggeremmo tutti. Nello stesso tempo abbiamo voluto indirizzare i nostri sforzi verso gli incontri di formazione e i campi-scuola per i giovani. Abbiamo sperimentato quanto una formazione “alta” non allontani ma, anzi, al contrario, avvicini i giovani a conoscere meglio Gesù e a incarnare quei valori cristiani tanto più importanti oggi in una società secolarizzata e indifferente come quella in cui viviamo. I giovani, non dimentichiamolo, sono il nostro futuro e una risorsa da non disperdere per il bene del paese e della Chiesa stessa. E ancora: gli incontri formativi per gli adulti attraverso “l’incontro con la Parola”. E poi gli incontri in preparazione ai sacramenti (i catechismi di comunione e cresima), l’oratorio per i ragazzi, l’esperienza del dopo-comunione e dei ministranti, i campi estivi con i più piccoli, e la cura pastorale verso le associazioni e le realtà ecclesiali presenti nel territorio parrocchiale. Non dimentico chi spesso fa un lavoro umile e oscuro ma non per questo nascosto agli occhi di Dio: la pulizia e l’ornamento della chiesa e dell’altare, l’ho definito il gruppo “Marta e Maria”, chi organizza il piccolo spazio dei piccolissimi durante la messa domenicale, tutti coloro che mettono a disposizione le loro professionalità manuali affinché la struttura-San Melchiade sia sempre all’altezza, chi dà la sua disponibilità per l’allestimento del presepe natalizio e chi, durante i tempi liturgici più importanti dell’anno, trova del tempo per allestire il mercatino dei libri. Così come mi piace sottolineare le altre modalità di apertura verso il quartiere che fanno sì che la comunità cristiana viva concretamente il vangelo nelle cose del mondo: il laboratorio musicale, il teatro, il cinema, la cultura.

Una bella comunità cristiana è una sorta di “cantiere aperto” che si costruisce con l’aiuto di tutti. Da qui nasce l’esigenza di iniziative e percorsi formativi integrati tra tutte le realtà presenti in parrocchia, capaci di svolgere un effettivo servizio al territorio e soprattutto testimoniando lo spirito di una “comunità” capace di confrontarsi, dialogare, progettare, programmare prima di tutto al suo interno, seguendo la strada difficile del coinvolgimento di tutti, non solo degli amici e dei conoscenti, ma anzi pensando che nel cuore di ciascuno c’è sempre un bisogno, una speranza, un’idea, una professionalità che può essere utile al progetto di Dio.

È una sfida difficile, ma entusiasmante. Occorre continuare con pazienza, convinti che non è la sporadicità, ma la continuità, la progettualità e il dialogo ad aprire le porte di un “luogo” dove tutti si sentano a casa.

Proprio per aiutarmi nell’attuazione delle linee pastorali, in coerenza con la ecclesiologia di comunione che il Concilio Vaticano II ha indicato come motivo ispiratore nell’edificare la comunità cristiana, partirà quest’anno il Consiglio Pastorale Parrocchiale che «è l’organo di partecipazione responsabile dei fedeli alla vita e alla missione della parrocchia; esso rappresenta l’intera comunità parrocchiale nell’unità della fede e nella varietà dei suoi carismi e ministeri». Il consiglio pastorale è un organo consultivo e non operativo, e ai suoi membri viene affidato il compito di esercitare il “consiglio” avendo a cuore il bene comune di tutta la parrocchia. Ognuno di questi membri non è chiamato a rappresentare se stesso ma la specificità del suo ministero e carisma sempre in raccordo tra tutte le attività pastorali.

È con il cuore in mano che vi ho scritto proprio per comunicarvi la méta verso la quale vorrei che tutti insieme, ognuno nel rispetto della propria identità, camminassimo. La strada è lunga ma la bisaccia del pellegrino può essere riempita di cose buone. La preghiera e l’Eucaristia ci aiuteranno. Prendendo a prestito le parole di don Tonino Bello, direi: «Attenzione: non bastano le opere di carità, se manca la carità delle opere. Se manca l’amore da cui partono le opere, se manca la sorgente, se manca il punto di partenza che è l’Eucaristia, ogni impegno pastorale risulta solo una girandola di cose […] dobbiamo essere dei contempl-attivi, […] cioè della gente che partendo dalla contemplazione lascia sfociare sempre il dinamismo e il suo impegno nell’azione».

La parrocchia è la casa di tutti. È la “nostra” casa, ma anche la dimora di chi è lontano, di chi fa fatica ad accostarsi alla mensa del Signore, di chi è diverso da noi. Dobbiamo sforzarci per renderla più accogliente, solidale, gioiosa e aperta all’ospite inatteso.

Abitiamo questa nostra casa con speranza e sorriso. Il resto lo farà il Signore.

 

 

Con affetto profondo

tuo, don Gustavo